Confraternita degli stolti

CONFRATErnita degli stolti

associazione culturale

Un’associazione culturale, una Confraternita, un gruppo di amici che senza fretta, ha il desiderio di aprirsi per abbandonare ogni gravità, pensando e creando progetti, opportunità, incontri, dibattiti, occasioni per riflettere, crescere e condividere sul e per il territorio Monferrato ma non solo.

La Confraternita degli Stolti è un gioco di pazienza, in cui si danno da fare divertendosi gli Stolti; persone differenti che hanno desiderio di nascondere sotto la maschera della goliardia, l’irrefrenabile voglia di vita.

Dagli Stolti è nata Ca’Mon e quindi Itaca Monferrato.

Un modo irriverente e provocatorio per caratterizzare persone originali, persone con un’idea, in cui si intrecciano caratteristiche, esperienze e saperi da mettere a disposizione per creare una rete organizzativa, laboriosa e dinamica. Perché la Confratenita è un terreno fertile sul quale seminare e raccogliere nuove idee e sul quale poter contare.

Ricostruzione del passato...

L’Abbazia degli stolti; così era definita una delle prime goliardiche realtà associative, anche se dire che fu un’antica società torinese di pubblici divertimenti non basta a fissarne le caratteristiche. 

Abbazia degli stolti

Fiorì nel cuore del Medio Evo e durò per almeno duecento anni anche nell’Evo Moderno, fu qualcosa di più; una vera e propria istituzione riconosciuta da leggi speciali e favorita da non indifferenti privilegi. 
Né prosperava soltanto nella città di Torino: di consimili abbazie si rinvien traccia in diversi centri del Piemonte, oltre che nel Saluzzese e nel Monferrato quando ancora erano Stati indipendenti.

Artigiani

Gli artigiani e professionisti formavano apposite corporazioni ai cui componenti si riservava l’esclusivo diritto di esercitare un’arte o un mestiere e i buontemponi in vena di promover baldorie si associarono a loro volta in questa che potrebbe dirsi la corporazione della giocondità, all’infuori della quale a nessuno era più permesso di provvedere alla pubblica letizia.

Privilegio che, a guardar bene, trova la sua lampante spiegazione in pratici motivi d’ordine. Una sola società era più facile da sorvegliare e Dio sa se di vigilanza c’era bisogno per tenere a freno quei mattacchioni di stolti che una ne facevano e due ne pensavano! Con tutto ciò non mancavano gli abusi, difficili da reprimere data la larghezza delle concessioni rilasciate con tanto di sigillo e firma sovrana.

Quale l’origine del nome ecclesiastico?

Occorre ricercarla all’epoca in cui entro le chiese si ballava (intrecciando si capisce, danze di significato religioso). Decaduto il ballo in forme e in atteggiamenti profani, proibito nei templi, il popolo lo portò sulle piazze o nei recinti e coloro che l’organizzavano conservarono l’allegria, senza intenzione d’irriverenza, osservando le vecchie nomenclature: abbazia per società e o associazione, con un abate, invece d’un presidente e monaci anziché soci.

Il Vayra, nel suo saggio su Il ballo e le sue feste (Torino 1876) avverte perciò che l’Abbazia avrebbe potuto meglio chiamarsi: società patronale dei balli profani; e che in precedenza si danzasse nelle chiese ci rammenta il conte Bava di San Paolo in una memoria presentata nel 1810 alla torinese Accademia delle Scienze precisando come codesti balli sacri, i quali costituivano parte integrante dei riti e delle funzioni, si svolgessero generalmente nello spazio riservato poi al coro. Cosa che non sorprenderà ove si rifletta che il ballo ebbe in origine un carattere ieratico, mantenutosi nei primordi della cristianità e, in qualche luogo, protrattosi fin verso il chiudersi del secolo XV. 

Perché gli associati si autodefinivano stolti?

Nel senso di poveri di spirito, evangelicamente destinati alla beatitudine celeste; scherzosa interpretazione della sentenza biblica, secondo la quale di stolti non v’è penuria; od anche, schietta dichiarazione che, entrati nell’abbazia, conveniva abbandonare ogni gravità se si voleva ridere e far ridere. Infatti, in certi paesi questi gruppi prendevano il nome di Compagnia degli asini o dei Folli, o del malgoverno; diversa l’etichetta, ma comune il programma: far gazzarra.

Da preparar balli si passò in breve a qualunque altro genere di svaghi, finché venne un giorno che l’abbazia se li arrogò tutti, non escluse le feste in onore di ospiti illustri e per l’arrivo o la partenza di Principi, occasioni in cui, naturalmente, si agiva con la dovuta compostezza, sfoggiando un notevole sfarzo di pittoreschi costumi.

S’allestivano allora maestosi cortei, banchetti, spettacoli allegorici, musicali, teatrali ed importanti giostre d’armi, molte delle quali, rimaste lungamente famose.

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